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Le mani sulla città – Al diavolo le anime atto terzo

Sindaco Formica, chi ha pagato le Luminarie di natale a Milazzo?

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A Milazzo anche le luminarie natalizie vanno a petrolio, il petrolio raffinato dalla RAM. Un articolo di Oggi Milazzo riporta che la raffineria avrebbe pagato anche le lucine di natale. Non uno spicciolo di questi soldi è passato dalle casse del comune. I bilanci comunali sono puliti, non hanno aloni di olio minerale, potremmo dire “lavati a secco”. Come nel caso del concerto di Nino Frassica per la scorsa festa del Santo patrono Stefano, i soldi sarebbero stati assegnati a un’associazione locale, la Pro Loco Milazzo, di cui l’attuale Assessore al turismo Trimboli era fino a qualche mese fa presidente. L’associazione avrebbe dunque pagato materialmente servizi di cui però il comune è riconosciuto quale primo gestore. Nessuna parola ancora dal Sindaco Formica, che in campagna elettorale si scagliava contro il “panem et circenses” alludendo alla pioggia di fondi acidi con cui le industrie inondano il territorio. Che fine ha fatto l’invocazione alla trasparenza? Niente, tutto tenuto sotto traccia, una coltre di silenzio che ammanta di mistero anche il destino della delibera di giunta contro l’inceneritore del Mela che il dirigente regionale del PD, a capo della giunta mamertina, ha più volte promesso pubblicamente.

Queste azioni ritraggono perfettamente lo spirito della contemporaneità. Un mondo dove i soldi, versati attraverso le tasse, servono soltanto a finanziare guerre o a pagare il debito pubblico, generato nei decenni dalle classi politiche largamente incapaci e corrotte (testimoniato, tra l’altro, dall’incessante susseguirsi di scandali giudiziari). Quasi del tutto utilizzati per ingrossare le tasche dei potenti, di quei soldi ne sono disponibili ben pochi per finanziare ciò che serve realmente ai comuni mortali. Così, il diritto allo salute, ad esempio, rimane una bella frase scritta sulla nostra Costituzione. Di recente, a subire i colpi di maglio dell’austerità è il sistema sanitario, pensato universalmente gratuito all’indomani degli orrori della seconda guerra mondiale, valore che accomunò la tradizione cristiana e quella socialista, sembra ormai irreparabilmente caduto in disgrazia.

Poiché la nostra terra è caratterizzata dalla finitezza delle risorse e il sistema vigente di regole legittima alcuni ad arraffarne la maggior parte, solo questi ultimi potranno, di fatto, sostenere le spese per il mantenimento dei servizi pubblici essenziali, facendone una merce da vendere e diventandone dunque i padroni.

E vi chiedete ancora come mai i comuni della zona non sono mai stati in grado di far spostare i serbatoi contenenti milioni di litri di carburante che distano qualche decina di metri dalle case, nonostante gli incidenti? O ancora, come mai odori venefici, indice della presenza di sostanze tossiche, attanagliano giornalmente i nasi di Milazzo e dintorni e non vi è speranza di farli cessare? Una parte della spiegazione sta proprio nelle regalie che le industrie elargiscono in cambio della libertà di defecare sul territorio. Acquistano il silenzio, l’acquiescenza neanche tanto tacita.

Questa pratica, tutt’altro che sconosciuta (e che ammorba i territori industriali della Sicilia come descritto in questo articolo), si chiama social washing. Letteralmente lavaggio sociale, tale neologismo descrive la pratica messa in atto da aziende, organizzazioni, multinazionali, ma anche partiti politici, per accattivarsi la fiducia dei consumatori, pubblicizzando le proprie pratiche etiche, di utilità sociale, green o ecosostenibili. Poco importa se poi si tratta solo di operazioni di facciata.

Così tutti dormiamo sonni più sereni… e loro sonni più dorati!

Quando l’operato dell’azienda diventa “giusto” grazie al social washing, le verità più scomode sulle reali conseguenze del prodotto o del servizio, legate ai rischi o alla nocività, spariscono. Attraverso il lavaggio sociale dei loro marchi, le grandi industrie realizzano un risultato ben più importante: il lavaggio delle nostre menti.

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